10/01/2012
Paolo Facchi: Keine Politik Mehr [gennaio 2012]
“ Keine Politik Mehr” (di politica non ne facciamo più). In difesa dei governi tecnici.
Questa frase sbrigativa mi veniva ripetuta da occasionali interlocutori nella ancora distrutta Germania del ’48 ’49, fra macerie di case e mutilati. Soltanto il disegno delle strade era rimasto delle loro antiche città.
Ora che anche noi, italiani, dobbiamo camminare fra le macerie della trista e pericolosissima vicenda berlusconiana, non si sa fino a che punto conclusa, forse soltanto sospesa; ora che gli italiani devono apprendere a non dimenticare di quanto fossimo scesi in basso; e di quanto fossimo saliti nella gerarchia dei saltimbanchi e nemmeno dei comici, ma dei commedianti che scivolano su di un palcoscenico dalle assi bagnate; ora è il caso di rivolgersi a coloro che stanno ancora lì con la bocca aperta.
Coloro che non digeriscono i sacrifici del governo Monti e rimpiangono le favole berluscon-bossiane accusano questo nuovo governo di essere soltanto “tecnico” e non emergente da sovranità popolare. Come se un popolo avesse il diritto di rovinare se stesso. Come se fossero valide soltanto quelle decisioni che sono state prese direttamente dal popolo in forma elettorale, nemmeno dai parlamenti e dai governi; nemmeno da quelle poche persone che hanno la competenza per prendere decisioni presumibilmente le più funzionali.
E’ un atteggiamento che sembra non tener conto della regola, pur riconosciuta in comune, che “chi vuole uno scopo non può non volere i mezzi che ritiene adatti a raggiungerlo”. E fa pensare che l’efficacia di tutti i mezzi dipenda da chi li propone, Il decisore è colui che schiaccia il bottone, e il suo bottone sarebbe quello giusto se lui ha la posizione riconosciuta. Siamo nella suggestione, nella magia. Lo stesso bottone diventa quello sbagliato se lui si è trovato lì senza la valida autorizzazione, che è poi la veste del mago. Un modo di ragionare come questo ha i suoi presupposti ed è molto più diffuso fra gente di quanto si creda. Fa anche ricordare proverbi come “l’occhio del padrone ingrassa la mucca”: non basta la mano del contadino, che certamente meglio del padrone ne sa di fieno e di stalla. Ci sono coloro che dicono “accetteremo di fare dei sacrifici quando ce li chiederà un governo che ha i titoli per chiederceli” e quei titolari siamo noi, perché quei sacrifici li dobbiamo fare noi. Soltanto la signora che apre la borsa ha la competenza per sapere se quello che sta acquistando è utile o non lo è. E’ un ragionamento che rende inutili, anche sospetti, tutti i consigli di estetisti, farmacologi, terapeuti e via di seguito. E li sostituisce con la demagogia, la suggestione, l’imbroglio, l’ignoranza saccente.
Si arriva a concludere che soltanto un governo legittimato dal popolo può prendere decisioni per il bene di quel popolo. Ma nella nostra contingenza italiana la mia opinione è che sia proprio il contrario. Perché nel valutare le decisioni di un governo legittimato, votato dalla maggiorana, bisogna vedere come è stata ottenuta questa legittimazione.
“Faltar el pueblo” mi sembra si dica nella lingua spagnola. Viene da un vecchio adagio; credo che significhi “non si combina niente di buono ingannando la gente”. Perché un consenso ottenuto con l’inganno non dovrebbe avere credito alcuno. I signori che rimpiangono la merda berlusconiana, quella “che non puzza”, perché a lui basta crederlo, e rimpiangono anche quella dei suoi alleati, perché ci hanno fatto l’abitudine a vederle assieme, si sentono gratificati e non si accorgono dell’inganno che c’era dietro. Ma questo inganno aveva soltanto il merito di essere abbastanza nuovo. Ora non lo è più, e i nostri signori sparano a salve. Anche perché questo continuo “parlar da stupidi” genera diffidenza.
Questo inganno consisteva nel fatto che gli elettori, e ormai sono quasi tutti elettori, si sentono ripetere alcune cose che pensano loro stessi, o perlomeno che si dicono quando sono fra di loro. E se la sentono ripetere sulla carta stampata, sulla televisione, perfino su certi libri; e quindi con l’autorevolezza che da tali fonti deriva. E vengono anche allenati, incoraggiati, a ripetersele da un’osteria all’altra, magari anche in certi salotti. Certo, tutti sono capaci di avere delle opinioni, e ne hanno anche il diritto. Ma questo non dice nulla sulla qualità di quell’opinione, la quale va giudicata con i mezzi appropriati, e quasi sempre il singolo parlante questi mezzi non li ha. Non ha quello che possiedono in pochi, e che si chiama “onesta competenza”. Perché le competenze sono sempre in pochi ad averle e hanno faticato nel procurarsele; e devono faticare per tenerle aggiornate. Il trucco riesce perché c’è la convinzione che un’ opinione, da opinabile o addirittura sballata, diventa attendibile, diventa vera, se la si ripete in pubblico: “se tutti la pensano così, sarà così che bisogna fare”. E si dimenticano che c’è qualcuno che ha interesse a far che tutti la pensino così ed ha anche i mezzi per ottenere quello che gli interessa: è quel qualcuno che controlla i famosi “mezzi di comunicazione di massa” e ci mette dentro quello che serve a lui. Ma una banalità, una sciocchezza, non diventa una verità perché la si ripete ogni sera in televisione o la si legge ogni mattino su tutti giornali; e nemmeno se la si ripete a voce, così, distrattamente. Ripetizione, moltiplicazione infinita e incessante sono soltanto quello che sono; non inverano e non santificano nulla.
Se poi quell’opinione, quella sentenza che viene esposta in pubblico è proprio la nostra, chi resisterà alla tentazione di concludere “allora avevo proprio ragione, è proprio così che bisogna fare”? E’ la cosiddetta vanità degli ignoranti, che qualche volta sono anche proprio degli imbecilli. E’ proprio sfruttando questa vanità che si vincono le elezioni, si costituiscono le maggioranze parlamentari. E questi sarebbero i titoli per governare?
Al governo è meglio che ci vadano le persone di competenza, che i problemi se li sono studiati e sanno prospettare soluzioni sensate. E questo lo dovrebbero comprendere anche i parlamenti; che ripetere le banalità degli “uomini qualunque” è ben diverso dal sapersi orientare in mezzo ai problemi di quegli stessi “uomini qualunque”.
08:30
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09/01/2012
Paolo Facchi: persuasioni - scritti filosofici (1953-2010) (a cura di Massimo Bonfantini), ATì Editore, gennaio 2012 [in copertina: Tullio Pericoli, paesaggio, 1981]
10:43
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28/10/2010
Lucia Marcucci: bicicletta di vita [2005] [con una poesia visiva dell'autrice]
Lucia Marcucci
bicicletta di vita
[2005]
Avevo poco più di due anni quando mio padre mi insegnò a pedalare sulle due ruote, rigorosamente due, poiché diceva altrimenti non mi sarei più staccata dal vizietto delle quattro di salvataggio usate da molti altri bambini. Come sempre audace ai primi giri imboccai la strada della nostra villetta e giù per la discesa! Ricordo mio padre spaventato che mi rincorse gridando di frenare: sbandai e feci il primo capitombolo, anteprima di moltissimi altri. Iniziai così il mio rapporto con l’amata bicicletta, un rapporto duraturo, ancora a settantadue anni! C’è stato solo il periodo del matrimonio, dieci anni, di parentesi motoria: forse ha contribuito anche questo alla sua fine? Può darsi che la sensazione di libertà fosse un poco impallidita proprio per questa mancanza.
La fanciullezza e la bici mi davano brio, lo spandevo a destra e a manca voluttuosamente, le mie amiche e i miei amici mi imitavano perché altrimenti mi avrebbero perso ma non tutti se lo potevano permettere e allora prestavo l’amata ma non per molto, concedevo loro questo privilegio dopo raccomandazioni preoccupate. Quanti chilometri per i viali del parco dove abitavo: pedalavo per gioco ma anche per necessità: tutte le mattine per andare a scuola con la pioggia o con la neve almeno fino a quando la guerra sottrasse le gomme delle ruote e allora... talvolta facevo i giretti solo sui cerchioni sobbalzando a ogni sassolino. La guerra finì e le gomme ricomparvero: quante gite con papà, mamma e la sorellina (lei sul seggiolino della bici di mio padre), andavamo nei dintorni di Firenze; una volta nella discesa da San Donato mi si gelarono le mani eppure dovevo tenere stretti i freni, fu una inimmaginabile sofferenza; arrivati a casa mi fecero immergere le povere manine dolenti nell’acqua calda e pian piano riprese a circolare il sangue. Altra gita ricorrente era al mulino delle Remole dove abitavano i nostri contadini perciò molto spesso facevamo quei venti chilometri per prendere un po’ di cibarie, verdura e qualche pollo, il mulino era una bellissima costruzione cinquecentesca situata sulle rive dell’Arno, ancora funzionante, le pulegge e le enormi macine bianche di farina evocavano, nella mia immaginazione di bambina, storie di mugnaie e di fantasmi, di fanciulle fuggitive, rincorse da mostri per quelle anguste scalette che portavano al fiume, affacciate a feritoie e urlanti dallo spavento. Avevamo soggiornato lì durante il passaggio del fronte di guerra per alcuni mesi, io ci tornavo molto volentieri perché avevo ancora qualche amicizia, qualche ragazzino con cui avevo passato le giornate giocando a nascondino, a palla, a rincorrerci per i campi, lungo gli argini del fiume, a essere inseguiti dalle oche e dai maiali arrabbiati per qualche dispettuccio!
Pedala pedala arrivò la pubertà, arrivò l’amore. Era un amore conosciuto al liceo ma durante le vacanze estive abitava a Livorno, ci scrivevamo tutti i giorni e perché la lettera gli arrivasse puntuale dovevo imbucarla alla stazione: come ci arrivavo? In bicicletta! Attraversavo tutta Firenze, canticchiando felice, talvolta mi accompagnava una cara amica e allora chiacchieravamo complici come possono essere due ragazzine di sedici anni. Non facevo più le faticose pedalate in montagna o nelle campagne: mio padre aveva ricomprato la motocicletta e la macchina cosicché i lunghi percorsi, le grandi scampagnate e le passeggiate le facevamo molto più lontano avvalendoci di quei trasporti molto comodi dove si poteva caricare un certo numero di vettovaglie. La mia passione però non cambiò: sempre amata bici, sempre attrezzo adorato, sempre mezzo di libertà totale!
Individualista, nemica del tandem, le scelte in prima persona, gli itinerari trovati senza aiuto, libera di fare, di non fare, di andare all’ora che sceglievo, dovevo però tornare a casa all’imbrunire. Gli orari erano relativi al dovere o allo svago ma indipendenti da fattori imposti. Non è così con l’auto: in questi ultimi tempi la costrizione delle infinite regole, gabelle, ingorghi, sensi vietati, parcheggi inesistenti, ganasce, multe, benzina alle stelle e chi ne ha più ne metta, fa sì che viene voglia di buttarla allo sfasciacarrozze: ciò non avviene per la bicicletta, quando mai il desiderio di rottamarla? Forse solamente se fossi impedita per paralisi sopraggiunta. Purtroppo si deve spesso combattere con qualche assessore dell’amministrazione municipale che non si perita a perseguitare i ciclisti con grosse cesoie che alcuni scriteriati dipendenti usano per tagliare le catene: il deposito comunale è pieno di due ruote che i possessori logicamente abbandonano preferendo ricomprarsele, se non altro per non dare soddisfazione ai tagliatori e per non pagare l’eventuale multa. Nonostante tutti questi pregi il pericolo di essere investiti, di essere ridotti in poltiglia è sempre in agguato: scampo tre volte al giorno a queste sciagure, non ultimi i turisti che con i loro greggi travolgono l’indifeso ciclista che deve fare lo slalom fra questi e i piccioni. Ultimamente sono stata buttata a terra da una fanciulla cretina che ha spiccato una corsa guardando dalla parte opposta alla sua traiettoria: un proiettile di abbondante carne mi ha travolto! Fortunatamente so cadere (per ora).
Totale libertà: si possono percorrere sensi vietati, montare sui marciapiedi, se un vigile ti rimprovera puoi gridargli che ci potrebbero fare un monumento, puoi dargli anche dei dati sbagliati, o puoi sorridere e tirare diritto.
La carina non inquina, mantenerla costa pochissimo, parcheggiarla è uno scherzo, se la rubano puoi comprarne un’altra per una manciata di euro. Quando la inforco mi sento ragazzina anche a questa mia bell’età, fischio, canticchio, vedo la vita in rosa e ciò è una panacea che si ripete tutti i giorni anche quelli piovosi poiché scappo fra una goccia e l’altra. Vado al mio studio due volte al dì, quindi quattro chilometri per quattro uguale sedici! Il percorso è tutto nel centro di Firenze e quando arrivo in Santa Croce metto la bici al suo bel parcheggino e ogni tanto la guardo, amorevolmente, dalle finestre dello studio, negli intervalli fra un’opera di poesia visiva e l’altra.
09:14
Scritto da: auro.lauro
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09/08/2010
Gaetano Facchi: dal diario di un borghese degli anni venti: [selezione a cura di Adele Crippa - introduzione di Paolo Facchi] [con poesie visive o illustrazioni di Giancarlo Pavanello]
Paolo Facchi
dal diario di un borghese degli anni venti: Gaetano Facchi
Mio padre Gaetano (1884-1966) fu attivo come editore dal 1913 al 1924. Nel catalogo di una Mostra documentaria e iconografica organizzata alla Biblioteca Trivulziana di Milano nei mesi di aprile-maggio 1999, promossa dalla fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e dall’Istituto Lombardo per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, viene chiamato da Anna Modena dell’Università di Pavia “un editore di cultura alle origini del tascabile popolare”.
Terminata in modo burrascoso e fallimentare la sua attività editoriale (il 1923 fu un anno tragico per molti editori), dovette improvvisarsi commerciante di libri rari, ma in forma privata, essendosi anche ritirato nella sua casa di Casatenovo Brianza.
Erano gli anni di transizione tra il regime liberale, uscito esausto dalla tragedia della prima guerra mondiale, e il fascismo che si stava costituendo in regime. Mio padre era un borghese, come educazione, cultura e condizione sociale. Ma appartenne a quella minoranza della borghesia che non aderì al fascismo. Vivendo appartato (si vantava di aver dormito l’ultima sua notte a Milano proprio il 28 di ottobre 1922) poté sviluppare il suo spirito critico, che travasò in un Diario, manoscritto sospeso nel 1929.
Da questo diario abbiamo ricavato alcune osservazioni proprio relative al nuovo regime.
Mio padre scriveva queste note negli anni in cui il fascismo si stava consolidando. Ho messo in corsivo alcune frasi che sono di evidente attualità.
Gaetano Facchi
Diario
Milano, 22 febbraio 923
Mussolini, che oltre a chiamarsi Benito e all’essere romagnolo si fa fotografare a cavallo di un cavallo per la prima pagina dell’Illustrazione Italiana e altri suoi ritratti fa esporre nelle vetrine del Corso vicino a ritratti di Napoleone, ad majorem dei gloriam, cioè è maggior gloria di Napoleone onorato di rassomigliare al “duce” generalissimo quanto lui. Mussolini vuol far vedere che riesce ad épater le bourgeois, ma anche a far restare a bocca aperta i letterati e gli studiosi. Di fatti, all’insaputa della Procura del Re, che protesta, e per mezzo di quel suo Del Bono, manda intorno per tutte le librerie d’Italia delle squadre di ben affetti napoletani a far nascondere dalle vetrine e qualche volta a sequestrare i “libri pornografici”. (Questo Benito nelle vetrine non vorrebbe vedere che il suo ritratto). Ma poiché questi gruppetti polizieschi, gesticolanti le loro cadenze napoletane, nulla sanno di grafia e di pornografia, null’altro produce il loro lavoro che perditempo e confusione e largo malcontento in chi vende e compra libri. I quali per fortuna in Italia son pochi. Nessun processo vero e dovuto può farsi, nessuna condanna uscirà. Ma intanto il duce avrà ottenuto lo scopo di “farsi sentire”; e poi qualcuno di beneficiato ci sarà pure; per esempio, certi preti: visto che i libri di pederastia sono esclusi dall’incetta, dal che acquistano particolar pregio. Grande parvenu della politica, questo Mussolini. Egli ha promesso un governo forte; mi sembra invece che il suo governo abbia le due caratteristiche essenziali della debolezza: la prepotenza, che è la degenerazione della potenza, e l’inefficacia, che è il risultato dell’impotenza. Non è col regime del bastone che si governa un popolo come l’italiano: e tirannia non è buon governo.
Ad un mio conoscente, G.M., è successo di peggio. Anarchico, sebbene studioso più che propagandista, fu arrestato insieme con L.R., l’amica sua, con cui conviveva: sono accusati di complotto comunista. Egli faceva l’editore ed aveva pubblicato molti volumi di autori classici: Stirner, Ferrari, Nietzsche: insieme, purtroppo, con alcuni opuscoletti di propaganda. Cinque camioni dell’ex-guardia regia si recarono alla sua dimora e caricarono tutto quanto il suo magazzino editoriale, e tutto scaricarono nel cortile della questura, mentre i fascisti si posero a ballare in coro su quei classici volumi, insozzando il pensiero di Nietzsche e la grande anima di Stirner coi loro calci da Bravi imbestialiti. Alla casa fecero scempio delle tappezzerie, dei quadri, dei ritrati di famiglia. La R., essendosi tempo fa convertita alla religione mussulmana, aveva nel suo salotto, dove esercitava anche chiromanzia, vasi arabi e tappeti e oggetti d’arte coi quali l’anarchia nulla aveva da vedere: tutto fu rotto, stracciato, calpestato, da questi emissari di un governo “forte”. Ma il governo forte è quello che punisce senza esorbitare: giusto e frenato: padrone dei suoi strumenti: non sopraffatto da chi lo deve ubbidire. Quello che mantiene le leggi, non quello che ne abusa a favore di parte. Quello che ottempera alle leggi, o le rivede: non quello che le salta come ostacoli da pista.
Eccellenza di governo è liberalità.
Fin qui il fascismo ha giovato all’Italia difendendola contro la sopraffazione comunista; ma se a quella sopraffazione deve sostituirsi quest’altra nuova, diciamo schiettamente che esso ha già finito di giovarle. Si bastona ingiustamente e si uccide non per il paese, ma contro il paese. Perché nulla si produce. Guai a coloro che nella patria difendono la parte e non il tutto! Essi sono sommamente esecrabili politici.
Così il fascismo si disonora:
“Molti di vita e sé di pregio priva.”
Casate, 24 febbraio 1923
Sono arrivato insieme con un camion e un carretto carichi di volumi, forse sequestrabili. Edizioni Monanni. Edizioni erotiche. Fatto il carico di buon mattino, temendo di minuto in minuto qualche sorpresa, son riuscito a scapolarla. Un mio vecchio contadino quasi ottantenne che capisce e ricorda, commenta: “L’è come quand gh’avevum chi i tudeschi in casa”.
Casatenovo, 20 Gennaio 1928
Dopo forse sei anni di devastazione fascista, il paese è finalmente in rovina. Perché le forme di governo son due sole, e di qui non si esce. Quella che sale dal popolo, e quella che scende, come dicono, da Dio. La prima non è altro che una specie di procura che il popolo dà ad alcuni suoi membri perché amministrino il bene comunale: un’incombenza vigilata. La seconda, che s’afforza della complicità assurda di un falso dio, è la volontà di un padrone, che si fonda sempre sulla conquista. Tale è il fascismo, che ha conquistato l’Italia a mano armata e vuole il rinfianco della Chiesa, naturalmente. Certo il buon governo è dato dai buoni uomini, in tutti i casi. Ma la prepotenza del conquistatore, la sua vanitosa e dura in comprensività, è generalmente incapace ad attirare a sé uomini dignitosi e intelligenti; suoi complici naturali sono l’arrivismo, la corte, la schiavitù morale e materiale, le bassezze dell’interesse immediato e personale: scuola d’uomini perfidi e noncuranti del bene comune. Questa è certamente una forma cattiva di governo, anche se il capo ne fosse un uomo buono, perché non possono essere buoni i gregari: lo vede oggi il nostro paese. In quanto all’altra forma di governo, la popolare, bisogna vedere la natura del popolo. E ogni popolo, al dire di Mazzini, ha il governo che si merita. Esso è ottimo nei popoli ottimi: vedete l’America. Essa è l’espressione delle qualità di un popolo: ed è comunque, in tal senso, giusta, perché da quelle giustificata. Comunque oggi l’Italia è tutta un mormorio… Il che è buon segno, perché vuol dire che il popolo italiano ritrova se stesso e caccerà la conquista che lo tiene. Vedremo poi il governo de’ suoi meriti…
Casatenovo, 1 settembre 1928
Il fascismo mi ha l’aria di una casa costruita su due mine che da un giorno all’altro possono brillare. L’una è l’orgoglio del duce, l’altra il suo personalismo. L’orgoglio di Mussolini fa ch’egli non possa accettare collaboratori che non siano lecchini e umili servi: per tanto ogni persona di dignità e di valore si allontana da lui. Il suo personalismo fa che ogni provvedimento da lui preso si attagli unicamente e strettamente alla sua persona ed assuma quindi un carattere di provvisorietà, com’è provvisoria ogni persona, specie se invisa a molti mortalmente. Di qui accade che l’azione mussoliniana da un lato se stempra, degenera, nella collaborazione; dall’altro viene accolta sempre dalla sensibilità degli italiani come fortuita e passeggera. Essa è subito corrotta, essa è sempre provvisoria. Ma il paese chiede provvedimenti integri e statuti duraturi. Chi agisce si trova alle prese con una sfrontata corruzione; ma i più non agiscono, sfiduciati e convinti dell’attuale provvisorietà delle cose. Gli uni e gli altri sono attaccati in ogni loro energia dal mussolinismo, che soffoca il paese.
Casatenovo, 8 novembre 1928
Il fascismo ha un bel dirsi e vantarsi fattivo, esso è quanto mai intasato di teoricume tra bolso e maniaco. Che cos’è la campagna demografica di Mussolini? é un gridare ai sassi, un chiamare a vuoto; la popolazione diminuisce in proporzioni sempre maggiori; ed è naturale, se poniamo mente al disagio finanziario che inceppa il paese. Volete dei figli? e togliete le tasse e favorite i commerci e le industrie. Ma una nazione che, in seguito specialmente alle spese scervellate del suo governo e del suo capo che vuol figurare a ogni costo, si sente di giorno in giorno precipitare nella miseria, una nazione composta di famiglie che non guadagnano, o stentano o patiscono l’inopia, non cerca di allargarsi numericamente, non lo può volere; e le prediche e le tantafere demografiche non fanno altro che metter i coniugi sull’attenti; che renderli curiosi dei mezzi maltusiani; oggi molti ne bisbigliano, fin anche i contadini più tonti e le villanotte più secondo natura; tutti ne imparano. Cosa di maggior praticità sarebbe stata il non toccare, di questi tempi, l’argomento: perché, quando un argomento è messo il discussione, la ragione umana si mette volentieri a trovar aiuti all’utile generale, e che detta la conclusione è la convenienza. Così la campagna demografica fatta in alto è seguita da una campagna, direi così, antidemografica fatta in basso; e tutti concludono nella convenienza di non aver figli. E i padri poi si domandano perché Mussolini vuole da noi dei figli? qui si alza, a mo’ di risposta in faccia a loro, il fantasma doloroso della guerra, pur anche e pur troppo già noto ai più. E, in tanto che bacia la propria donna, l’uomo di cuore guarda il fantasma e risponde: no.
10:12
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13/05/2010
Paolo Facchi, Berlu Berlu – il grande biancatore, 2010
Giancarlo Pavanello
Paolo Facchi, Berlu Berlu – il grande biancatore, 2010.
Avevo iniziato questa nota il 4 febbraio 2010, quando avevo ricevuto da Paolo Facchi un fascicoletto fotocopiato intitolato Berlu Berlu – considerazioni su un diseroe [questo sottotitolo è stato espunto], in cui si faceva riferimento a un “incontro” avvenuto nel mese di novembre 2009, in tutta evidenza in una sala pubblica per dialogare fra intellettuali e non. Pensavo di inserirlo nel blog “poexia.myblog.it” ma, data la lunghezza, avevo deciso di ricopiare, invece, due suoi brevissimi racconti, tuttora postati. E l’avevo fatto sapere all’autore, che ora mi invia un “libello” stampato nel modo sobrio delle copisterie o dei centri grafici [sia detto in termini positivi]: Berlu Berlu – il grande biancatore, [senza sigla editoriale], 2010.
Paolo Facchi è un professore universitario in pensione, filosofo e narratore, autore di numerose pubblicazioni scientifiche e di fantasia [per lo più racconti]. Forse la cosa gli viene a noia ma va detto, a mio avviso, che è il figlio dell’editore Gaetano Facchi [1884-1966], attivo nell’editoria fra il 1913 e il 1924.
Nel vedere questo opuscolo, ho subito pensato che fosse un “samizdat”, e infatti la parola appare a pagina 6: “Nasce così una letteratura aziendale, perlopiù orale, che si ripete e si passa da una persona all’altra, come i famosi ‘samizdat’ dei tempi di Stalin”. Poi, però, mi sono detto: “Ma no, al giorno d’oggi tutto viene veicolato in internet, anche il dissenso in tutte le sue forme e ‘senza limiti’, nei blog, nella massima libertà”.
Invece sì, in teoria dovrebbe essere così, in parte è così, tuttavia, almeno in Italia [quindi, non solo nei paesi a forte valenza dittatoriale], si ha l’impressione che si stia rafforzando sempre più un tentativo di limitare la libertà di opinione e di stampa [con casi clamorosi in TV]. Perfino nei blog, che al potere con aspirazioni unidirezionali appaiono più pericolosi perché diffusi in modo capillare, meno controllabili dei più tradizionali mass media. Sempre più si cerca di censurare i bloggers, non in modo diretto, spesso, ma indiretto, in modo subdolo e zigzagante, strisciante. Colpire i “samizdat” virtuali potrebbe perfino rivelarsi più facile e più proficuo, essendo i loro autori più indifesi, alla luce del sole o sotto i riflettori artificiali, ossia senza forze politiche che sappiano o vogliano difenderli e soprattutto senza alcuna capacità di mobilitazione, essendo troppo frazionati e dispersi i “soggetti collettivi” superstiti.
Quindi: una produzione libellistica, l’espressione scritta di un dissenso orale, nel genere del “passaparola”, a diffusione privata, potrebbe avere ancora una sua importanza politica e storica, fastidiosissima per il potere che non sa come controllarla. Un po’ quello che si diceva i decenni scorsi a proposito dell’editoria marginale, emarginata, minima, la micro-editoria, l’editoria diretta, l’eso-editoria, i “private press books”, come gli unici spazi liberi per una vera ricerca letteraria e artistica e per una rinascita in opposizione all’industria cosiddetta culturale o, meglio, editoriale, allo strapotere pressoché unico del marketing.
[Affermazioni, queste, in piena coscienza fuori moda, almeno per il momento, le stesse, en passant, che mi fanno evitare di entrare nei gruppi “facebook” dedicati alla diffusione della lettura e dei libri, ovviamente dell’editoria reclamizzata nei mass media, regalandoseli, recensendoseli, e così via: non per snobismo ma per una precisa scelta di campo e in base a consapevolezze intellettuali, definite, giuste o sbagliate che siano, si vedrà.]
Divagazioni preliminari per accennare all’opuscolo di Paolo Facchi, ma a grandi linee, per non turbarne più di tanto la segretezza, la sua caratteristica di “samizdat”, sottolineando però che è tutto impostato su una eccessiva correttezza nei toni del linguaggio, lineare ma allusivo e a volte, come nel racconto “la leggenda del grande biancatore”, addirittura ermetico, non abbastanza da non lasciare trasparire che il tema è il “riciclaggio”, con misteriosi numeri di telefono che si rivelano numeri di conti correnti in cui affluisce il denaro, buste piene di denaro che ci si ritrova in mano [non] si sa bene perché, il tutto in un alone di mistero e di non spiegato, ponendosi domande.
Una narrazione che ricorda la chiarezza dei grandi scrittori dell’Ottocento francese, Stendhal, forse, o Maupassant…: una linearità acuta di chi è abituato a riflettere e a esprimere le proprie riflessioni per farsi capire e per dialogare.
La prima parte, la parte principale nell’economia dell’opuscolo, è il saggio “Berlu Berlu”, il ritratto psicologico di un noto primo ministro, caratterizzato da un suo “egotismo delirante” [“egotismo”, da Stendhal], autosufficiente, autoreferenziale, fissato sulla negazione della critica e del dissenso: “Quando l’insulto e lo sdegno non bastano si va a cercare il ‘morto in cantina’; comincia la ricerca di informazioni private, il ricatto, la minaccia, nella convinzione che un morto in cantina ce l’abbiano tutti”.
[Parentesi, aggiungiamo: è plausibile che non vengano sguinzagliati i detective privati per sapere vita morte e miracoli di chi, fra i dissidenti, bloggers o no, politici o no, si mettono in vista per la loro insistenza nella contestazione, satirica o no? Al di fuori delle legittimissime “intercettazioni” della polizia e dei magistrati, queste sì, necessarie, quando si desidera una società democratica e civile, ordinata.]
Qua e là, alcune annotazioni argute di carattere generale [oltre che particolare]: il vecchio adagio “articolo quinto, chi tiene la borsa ha vinto”, “mania compraiola”, gli avvocati sono “capitani di ventura, fanno la guerra per chi li paga”, “una religiosità bancaria”, “non farà mai niente per te, se prima non ti ha comperato, pagandoti anche a rate, nei casi grossi”.
Nel secondo saggio, successivo, “considerazioni dopo la nota aggressione del 13 dicembre 2009”, l’autore dubita che si tratti solo di “egotismo delirante”: “Si dice in Brianza che ci vuole il lavoro per fare soldi. Si dice anche che se il lavoro è tanto i soldi possono essere tanti. Ma si continua dicendo, sempre in Brianza, che se i soldi sono tantissimi, tantississimissimi [sic], oltre misura, è sempre perché c’è sotto qualcosa; qualcosa che non vien detto e che proprio lavoro non è”.
Sulla “libertà”: “non si riferisce alle libertà individuali, quelle del liberalismo all’antica. Non si tratta nemmeno di libertà economica, quella che si chiamava del liberismo. Le sue sono le libertà aziendali: non rompeteci le scatole con i controlli interni e quando andiamo in giro lasciateci circolare; è una libertà intesa come assenza di controlli”.
Un opuscolo con cui l’autore, come dichiara in una noticina iniziale, si cerca di comprendere e di immaginare quello che non ci viene detto. Come dire: riferimenti a persone e a fatti puramente casuali.
17:05
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06/03/2010
Giancarlo Pavanello: banane e trappole per topi [poesia visiva]
08:41
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25/02/2010
Paolo Facchi: silenzio [foto: RICHARD COEUR DE LION ET ISABELLE D'ANGOULEME a Fontevraud-L'Abbaye, dipartimento Maine-et-Loire]
Paolo Facchi
Silenzio
Lei. Non c’era che il silenzio che mi stesse; il buio anche. Questi non li temevo. Mi sembrava che essi soltanto consentissero alla mia persona di espandersi, volendo, o di richiudersi. Oggetti e persone, fuori dalla luce, apparivano e sparivano, come a me piaceva. Via dai rumori e dalle ombre tutto era trasparente e penetrabile e il mio corpo si ingigantiva, tutto occupando, solo. E’ sempre, ancora, così.
Lui. Non mi sento aggredito dal silenzio. Non lo temo. Mi sembra anzi che esso consenta alla mia persona di espandersi o, se lo vuole, di richiudersi. Li ascolto e non li ascolto. Oggetti e persone nel silenzio appaiono e dispaiono, come piace a me. Nemmeno li vedo più. Non vedo ombre, tutto è ad un tempo trasparente e penetrabile. Il mio corpo è presente a me, qui dove io sono, solo.
Lei e lui. Quando inevitabilmente il silenzio finisce ed io ritorno nel mondo rumoroso e sonoro la fatica è maggiore. Non me la posso prendere con i rumori naturali; li sento appena e potrei nemmeno sentirli se mi allenassi ad ignorare le piccole differenze che sono tra l’uno e l’altro. Non si può fare questo con i rumori costruiti. Ahimé, superano a gara la mia capacità di annullarli. Vengono prodotti per essere sentiti. Allora la strada è quella di prenderli non in se stessi, ma come segni. Segni di qualcosa che tace. Può il rumore rappresentare il silenzio? Non lo so. Però io ho deciso che sia così. Anche il più ciarliero e noioso e fastidioso dei presenti diventa sopportabile, perfino benvenuto, se lo si prende come il messaggero di qualcuno che non si fa sentire. Nemmeno io sono sempre in silenzio. Più volte che non si direbbe, o non si dovrebbe, produco suoni e perfino semplici rumori. Ma anche in questo caso la soluzione è possibile: non mi ascolto.
08:10
Scritto da: auro.lauro
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21/02/2010
Paolo Facchi: Mezz'agosto a Milano [racconto] [nella foto: un palazzo fra il Duomo e San Babila a Milano]
Paolo Facchi
Mezz’agosto a Milano
Camminavo su di un marciapiede di Milano, in un pomeriggio di mezz’agosto. Intorno a me c’era tanta aria. Quasi nessuno. Ma, ad un tratto, una mano sulla spalla. Era un’amica, simpatica e cara. – Oh! Che fai tu qui a Milano, in un pomeriggio di mezz’agosto?
Non risposi. Chiesi a mia volta: - E tu, che fai tu qui a Milano in questo pomeriggio di mezz’agosto?
Sono passati trent’anni. Lei non sa che cosa facessi io a Milano in quel pomeriggio di mezz’agosto. Io non so che cosa facesse lei a Milano in quel pomeriggio di mezz’agosto.
11:48
Scritto da: auro.lauro
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05/02/2010
Léon Bloy e Morris Rosenfeld: dal blog "fuga dal tempo - l'uomo e il sacro"
FUGA DAL TEMPO
L'uomo e il sacro
mercoledì 27 gennaio 2010
Morris Rosenfeld, il "poeta del ghetto"
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Dopo l’assassinio dello zar Alessandro II (1881), in Russia furono promulgate le leggi antiebraiche. Nei decenni successivi si verificò una vasta emigrazione degli Ebrei di Russia verso gli Stati Uniti d’America. Si formò così lo stanziamento di Ebrei che, dopo la distruzione delle Comunità europee, costituisce oggi il più grande insediamento della Diaspora ebraica nel mondo. Morris Rosenfeld (1862 – 1923), il “poeta del ghetto” cantò le illusioni e le crudeli storie di sfruttamento dell’emigazione degli Ebrei di quegli anni. Lèon Bloy tracciò uno straordinario profilo del poeta nel pamphlet Il sangue del povero, pubblicato in Italia da SE Studio Editoriale a cura di Giancarlo Pavanello. Riproponiamo il vibrante capitolo in questo spazio, con la speranza di contribuire a far conoscere uno dei più grandi poeti della Diaspora, tanto sublime quanto poco conosciuto nel nostro paese.
Dionysius Scyllacensis
[...] [cfr. il blog "fuga dal tempo"]
Léon Bloy, Il sangue del povero
Nato nel 1846, Léon Bloy, fu ossessionato fino alla morte, avvenuta nel 1917, dalla certezza dell’imminente Fine dei Tempi. Una certezza che tradisce un’impazienza da eletto, da profeta e da testimone di grandi eventi, una visione apocalittica che gli è necessaria per sopportare le miserie da lui sofferte e ricercate nella ferrea volontà di seguire la propria vocazione spirituale. Il sangue del povero, composto in tre mesi nel 1909, è uno dei testi più esemplari e più estremi della sua vasta produzione letteraria: scritto in un linguaggio spigoloso e infiammato che anticipa Bernanos e l’epopea disperata di Céline, questo pamphlet inquietante e « sgradevole » trabocca di carità e di odio, di umiltà e di orgoglio. Ne Il sangue del povero Bloy si fa portavoce degli « umiliati e offesi », ai quali, d’altronde, appartenne per scelta di vita. Tuttavia il pamphlet non esprime soltanto un violento sentimento di rivolta contro le ingiustizie sociali, e non si limita a una requisitoria contro la ricchezza. Al di là del rovente processo ai contemporanei, da questo testo emerge un significato ben più radicale, profondo e scandaloso: la condanna senza appello di un mondo avviato sempre più velocemente verso la catastrofe dell’appiattimento robotizzato e edonistico.
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Dal retro di copertina di Léon Bloy, Il sangue del povero, SE Studio Editoriale, Milano 1987.
Dionysius Scyllacensis 0 commenti Link a questo post
P.S. [a cura di auro.lauro]: una curiosità: Giancarlo Pavanello aveva realizzato serate di “poesia-teatro”, da propri testi, con il titolo “il poeta nel ghetto” [con Aurelio Gravina e Nadia Kent]: il poeta nel ghetto, Banana Moon, Firenze, 1979, poi La Corte dei Miracoli, Milano, 1979, poi TAG, Venezia-Mestre, 1979, poi Il Teatro del Guerriero, Bologna, 1979, poi Il mago di OZ, Roma, 1979. ringraziando Dionysius Scillacensis e il blog "fuga dal tempo" per l’attenzione al libro di Léon Bloy, molto denso e tuttora attualissimo.
16:07
Scritto da: auro.lauro
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03/01/2010
Giancarlo Pavanello: poesie verbali e poesie visive e poesie concettuali
21:56
Scritto da: auro.lauro
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